Il Mondiale secondo la Corea del Nord

Milano, 30 giugno 2026 –  A Pyongyang il calcio arriva sempre in ritardo, e non per colpa del fuso orario. Mentre negli stadi di Stati Uniti, Messico e Canada si gioca la versione reale del Mondiale 2026, in Corea del Nord ne va in onda una parallela, costruita a tavolino dalla censura di Stato. Stesse partite, stessi gol, ma raccontati con tempi e tagli diversi, fino a diventare quasi un altro torneo.

Partite in differita, per poterle modificare

La Corea del Nord non si è qualificata e non ha comprato i diritti tv, eppure la Korean Central Television (KCTV) trasmette gli incontri con regolarità. Il meccanismo, secondo quanto ricostruito da diverse testate, è semplice quanto spudorato: i tecnici nordcoreani intercettano i segnali dei satelliti stranieri, spesso cinesi o sudcoreani, e li dirottano sulla rete di Stato senza alcuna autorizzazione. Un furto vero e proprio, ma che nessuno può sanzionare: il regime di Kim Jong-un non riconosce la giurisdizione dei tribunali internazionali e, soprattutto, non potrebbe comunque acquistare i diritti neppure volendo, dato che le sanzioni dell’ONU per il programma nucleare e missilistico tengono il paese fuori dal sistema finanziario globale. Il dettaglio più curioso riguarda i tempi. Le partite non vanno mai in diretta: passano ore, talvolta giorni, prima che arrivino sugli schermi nordcoreani. Quel ritardo non è un problema tecnico ma una necessità politica: serve ai censori per rivedere ogni fotogramma e decidere cosa il popolo può vedere e cosa no. Bandiere sgradite vengono tagliate, loghi delle emittenti estere sfocati, pubblicità a bordo campo eliminate, telecronaca originale sostituita da quella in studio. E se la squadra “nemica” per eccellenza, la Corea del Sud, dovesse ottenere un risultato clamoroso, la sua partita rischia di non andare in onda affatto, o di essere ridotta a pochi minuti scelti con cura.

I precedenti: Portogallo campione del mondo nel 2010

Non è un caso isolato legato solo al Mondiale di calcio. Lo stesso copione si era già visto un anno fa, durante il Mondiale per Club: la sfida tra Psg e Atletico Madrid, vinta 4-0 dai francesi, arrivò sugli schermi nordcoreani con cinque giorni di ritardo, e il quarto gol, segnato dal sudcoreano Kang-in Lee, fu trasmesso oscurando volto e numero del giocatore, come se a calciare il rigore fosse stato un fantasma. Stessa sorte era toccata in passato alla Coppa del Mondo femminile Under 20, vinta proprio dalla Corea del Nord, e raccontata con un sistema di propaganda altrettanto rigido. Il precedente più citato, però, resta quello del 2010. La nazionale nordcoreana era tornata al Mondiale dopo 44 anni di assenza e, dopo una sconfitta dignitosa contro il Brasile (2-1), incontrò il Portogallo nella seconda gara del girone: un tracollo, 7-0 per i lusitani. Da lì nasce uno degli aneddoti più ripresi sulla disinformazione sportiva del regime: secondo il racconto del giornalista portoghese Alvaro Leite, che si era recato in Corea del Nord proprio per capire la popolarità di Cristiano Ronaldo da quelle parti, ai nordcoreani sarebbe stato fatto credere che il Mondiale lo avesse vinto proprio il Portogallo di CR7, e non la Spagna di Iniesta e Xavi: una sconfitta accettabile, quella contro i futuri campioni, che nella realtà vennero eliminati proprio dalle Furie Rosse agli ottavi di finale. Va detto, però, che la versione dei fatti non è unanime: alcune fonti, tra cui il Guardian, hanno raccontato che quella partita contro il Portogallo fu in realtà trasmessa per intero e in diretta, complice un accordo di fornitura gratuita stretto dall’Asia-Pacific Broadcasting Union per conto della Fifa. Resta acclarato, invece, che la squadra fu sottoposta, al ritorno in patria, a una sessione pubblica di critica davanti a centinaia di persone, tra cittadini e funzionari di partito. Quello che accomuna tutte queste storie, vere o amplificate dal racconto orale che si propaga fuori dai confini nordcoreani, è un’idea di sport piegata interamente alla narrazione del potere. In un paese dove l’accesso a internet è riservato a pochissimi e dove esiste solo una rete interna sorvegliata, la Kwangmyong, il calcio non è uno spettacolo da vivere in tempo reale ma un racconto da controllare riga per riga. Anche quest’anno, mentre il mondo discute di Messi, Ronaldo e delle sorprese del tabellone, a Pyongyang si starà probabilmente già scrivendo una versione del torneo che nessun altro paese al mondo potrà mai vedere.