Napoli, 1 dicembre 2025 – Esistono sconfitte salutari oppure perdere, in ogni caso, proverbialmente aiuta a perdere? Il quesito quando di mezzo ci sono Antonio Conte e il Napoli non è inedito, ma sembra prestarsi a una chiave di lettura quasi univoca per tutti.
Le analogie tra le sconfitte di Verona e Bologna
La prima apparizione di questo dilemma era arrivata ad agosto 2024, quando pronti, via e il nuovo ciclo post decimo scudetto partì con un clamoroso 0-3 incassato al Bentegodi di Verona: per molti l’inizio della fine di un’era appena nata, quella sotto la guida del tecnico salentino, anche ipotizzando una difficile convivenza con un’altra personalità forte come quella di s. Invece, proprio quella sconfitta così pesante e senza appello e attenuanti gettò le basi per lo scudetto di fine stagione, il secondo della gestione ADL, nonché il quarto totale del club partenopeo. Quel giorno di un torrido agosto Conte, anziché perderle definitivamente sul nascere, prese in mano le redini del Napoli, da intendersi come la squadra che va in campo, ma forse ancora di più come quella che dietro le quinte plasma ciò che è meno visibile ma anche per questo ancora più importante. Chi propugnò la tesi della sconfitta salutare lo fece anche considerando l’accelerata sul mercato che la società diede dopo quella sconfitta che scoperchiò alcune carenze più o meno visibili nella rosa fin dai ritiri ma ben nascoste dall’entusiasmo collettivo per l’arrivo di Conte. Dopo le tre sberle del Bentegodi, la più classica delle ‘fatal Verona‘ che poi in realtà dopo mesi avrebbe assunto ben altro sapore, il Napoli acquistò David Neres, Romelu Lukaku,y e r: un pacchetto da oltre 102 milioni (solo per restare alla parte fissa e dunque escludendo bonus vari e percentuali sulla futura rivendita) i cui singoli componenti, chi più chi meno, avrebbero fornito il proprio apporto alla causa tricolore. Si passa poi a questa stagione e all’inizio di novembre, quando il Napoli cade a Bologna: un tonfo, considerando il valore dei rossoblù, meno rumoroso a livello mediatico e meno pesante nella rubrica dei rimpianti dei punti eventualmente lasciati per strada a fine anno. Ma non per Conte, che quel giorno (come in molti altri) vide oltre il risultato (‘solo’ uno 0-2 per i padroni di casa), intuendo che i suoi avevano toccato il punto più basso dopo settimane di affanni. Il resto è storia nota: una sosta del campionato lunga e tesa, con o ma non per mollare la nave che imbarcava acqua, bensì per E ancora una volta i risultati avrebbero dato ragione al tecnico salentino e al suo saper trasformare le sconfitte quasi in vittorie.
Le statistiche di Roma-Napoli
Alla ripresa delle ostilità, il Napoli si presenta con un 3-4-3 all’apparenza troppo spregiudicato ma che in realtà avrebbe ridato solidità anche alla fase difensiva. A parlare sono 3 vittorie in altrettante partite disputate che hanno sistemato il cammino degli azzurro in Champions League, battendo il g, e soprattutto in Serie A, avendo la meglio di e a, due avversarie non banali: in questa finestra, sono stati firmati 6 gol a fronte di appena 1 subito. Insomma, numeri importanti che cominciano ad assumere i conotati della sentenza: la crisi è alle spalle, così come lo sono i problemi che avevano rallentato la macchina. In particolare, la presa dell’Olimpico, tanto per restare in tema, ha prestato il fianco a un altro quesito: nell’occasione troppo forte il Napoli o la Roma è stata ampiamente sotto i propri standard, mostrandosi forse ancora acerba per tentare l’allungo vero in testa alla classifica? Le statistiche danno una mano a orientare la risposta, pur lasciando margini interpretativi: possesso palla a favore dei giallorossi per 56% contro 44%, 8 tiri a testa, ma 5 a 2 nello specchio per gli azzurri, che hanno confezionato 3 grandi occasioni (per un XG di 1.04) contro la sola dei padroni di casa, il cui XG si è infatti fermato a 0.55. Dunque, meglio il Napoli, nonostante la precisione nei passaggi (82% contro 79%) abbia premiato maggiormente la Roma. C’è il concetto di squadra, nelle ultime settimane tornato con prepotenza all’ombra del Vesuvio, ma c’è anche quello dei singoli, come Neres, il giocatore che più di tutti ha beneficiato del passaggio al 3 che valorizza le ali, finite forse troppo presto in cantina nella prima parte della stagione. A domanda diretta, nessuno del mondo Napoli, a maggior ragione per delicatezza dopo il grave infortunio occorsogli, parlerebbe oggi di come di un problema, ma fatto sta che la zona rossa del campo degli azzurri (e non è un solo un gioco di parole sui colori) sono le bande. Ne ha beneficiato il brasiliano (uscito claudicante dal match dell’Olimpico), per la crescita più evidente di tutte, ma anche l’omologo di ruolo Noa Lang, seppur ancora più fumo che arrosto: per non parlare di Rasmus Hojlund, a secco in zona gol ormai da quasi 2 mesi ma oggi più nel vivo dell’azione rispetto alle ultime settimane. Proprio l’astinenza delle prime punte resta un tasto dolente per il Napoli, che mercoledì alle 18 proverà a spezzare il tabù ottavi di finale di Coppa Italia battendo il Cagliari e, chissà, riuscendo magari anche a far sbloccare chi sta giocando meno o chi da tempo non trova la via della rete. Poi, domenica sera, tra l’altro sempre al Maradona, arriverà la Juventus dell’ex Luciano Spalletti: una partita mai banale e che non ha certo bisogno di stimoli extra, specialmente per un Napoli che ha ritrovato tutto. Compattezza, spirito, fame e anche quel pizzico di sana follia ben incarnato da Neres, che pian piano, quasi a scoppio ritardato, sta cominciando a conquistare la piazza a suon di gol dal peso specifico enorme.
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