Roma, 31 luglio 2026 – Il teatro Amazonas a Manaus, in Brasile, dicono che sia una copia della Scala di Milano. Quel teatro – costruito nel 1896 in piena foresta amazzonica – è in Fitzcarraldo, il capolavoro di Werner Herzog. Herzog un tempo disse: “Baresi era il migliore quando non aveva la palla, perché riusciva a leggere il gioco, a capire quello che sarebbe successo, e non c’è stato mai nessun altro giocatore come lui che abbia capito così bene fisicamente lo spazio come è capitato a lui. Mi piacerebbe davvero, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il core dell’uomo e spazi come l’Amazzonia nello stesso modo in cui Baresi ha capito il gioco”.
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Il viaggio di Baresi a Manaus
Baresi che aveva la (vera) Scala a due passi da casa e che giocava da sempre nella Scala del calcio, una volta che andò in Brasile, si spinse fino a Manaus e arrivò al teatro Amazonas. Voleva conoscere e capire non il set di Fitzcarraldo, ma l’universo di Herzog.
Un amico istintivo, così si definì il regista per il libero del Milan. Non si conoscevano, eppure si stimavano. Il tempo e lo spazio non sono solo categorie filosofiche, ma definiscono davvero il perimetro del cinema e del calcio. Lo sguardo del regista sul campione era rotondo, profondo. E così coglie meglio di un allenatore o di un giornalista sportivo la grandezza di Franco Baresi.
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Non è solo questione di centimetri – quelli evocati da Al Pacino “In ogni maledetta domenica” – da prendere, conquistare tutti assieme per arrivare alla vittoria. È più che altro uno sguardo verticale e Baresi lo aveva, senza perdere di vista col colpo d’occhio quello che accade attorno alla tua zona. Fatto sta che Baresi di fronte ai complimenti (inaspettati) di Herzog che più che altro suonano come un elogio, ebbe a dire: “Mi vengono i brividi”.

Poi anche le amicizie istintive, a distanza, trovano il luogo dell’abbraccio che magari per ragioni diverse e per distanze è mancato prima. Ma le affinità e le traiettorie di vita di un regista e di un calciatore costruiscono quello che sembrava impossibile. Negli anni Herzog aveva detto delle analogie tra lui e Baresi: “Veniamo da luoghi contadini. Ci fidiamo della terra e scrutiamo il cielo”.
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L’incontro al Salone di Torino
Così quattro anni fa al Salone del libro di Torino l’incontro avviene. Con la promessa di Herzog di “mangiare lardo e bere vino rosso”. Nel frattempo nel coltivare quest’amicizia a distanza ci sono anche i libri scambiati. Herzog inviò a Baresi “Il crepuscolo del mondo” che aveva appena scritto. La trama? Un soldato giapponese rimasto a combattere nelle Filippine, da solo, che ignorava che la guerra fosse finita. Baresi l’ultimo ad arrendersi, sempre, con la testa alta, guardando il cielo. Anche quel giorno a Pasadena quando il pallone che aveva calciato dal dischetto finì oltre la traversa. Le lacrime tante e umane. Di chi aveva appena sfiorato il cielo con un dito, ma era caduto rovinosamente a terra. Però era già pronto a (ri)partire. Come sempre.


