Roma, 31 luglio 2026 – Per Romario i 120 minuti della finale mondiale Italia-Brasile del 1994 – prima di quei maledetti rigori (per l’Italia) – furono un incubo.
“Appena mi giravo o prendevo la palla c’era lui”. Lui è (al presente, sempre) i. Romario ignorava che soltanto qualche mese prima dietro la vittoria del Milan contro il Barcellona spaccone di Cruijff c’era sempre lui. Anche se ad Atene non giocava (era squalificato). Sul pullman che portava il Milan allo stadio, Baresi radunò Maldini, Filippo Galli e Donadoni. A Donadoni disse: “La partita la vinciamo sulle fasce, tu punta e vai”.
A Filippo Galli e Paolo Maldini invece: “Tu Filippo appena cercano Romario vagli subito addosso e tu Paolo alza la difesa”. Maldini, futuro capitano, ebbe a eccepire solo per un istante: “Ma non è meglio che lo faccia Mauro (Tassotti, nda)”. E Baresi: “No, lo farai tu Paolo”. E poi si girarono tutti verso Capello che disse: “Ha già detto tutto il capitano, andiamo ad alzare la Coppa”. E andarono effettivamente ad alzare la Coppa. Maldini a distanza di anni – anche lui sarà capitano del Milan e della Nazionale – ricorda ancora quel momento e lo definisce come il miglior esempio di quello che deve fare un capitano.

La vita e la carriera di Franco Baresi sono anche un dizionario di parole perdute che avevano un forte significato quando il calcio aveva ancora un’aura romantica: capitano (appunto), libero e bandiera, solo per citarne tre. Quella fascia bianca che portava rigorosamente a sinistra sulla maglia che teneva spesso sopra i pantaloncini l’ha tenuta nei momenti più bui ma anche in quelli più gloriosi. Perché per essere capitano non c’è bisogno di mostrare i muscoli, basta la voce, il tono. Baresi non aveva bisogno di alzare i decibel, ma quando parlava lui tutti si zittivano e ascoltavano. Capitano come sinonimo di autorevolezza.
Capitano mio capitano, come lo ricordano in tanti ora evocando i versi di Whitman, che riusciva a tranquillizzare e a mettere a proprio agio chi giocava al proprio fianco. Chiedete al giovane Costacurta prima che l’intesa con il capitano diventasse perfetta anche per uno spot televisivo di un dopobarba e di uno shampoo. Tanto quasi da essere riconosciuta (l’intesa) come un marchio a sé.
E poi libero: una parola che non esiste più quando si parla di tattica, annullata dall’arrivo della zona e dall’etichetta anonima di centrali difensivi. Baresi era un libero. Così abile a bloccare le azioni degli avversari e a far ripartire quelle della propria squadra. Nel film “La classe operaia va in Paradiso” Gian Maria Volonté sfoglia Tuttosport con un titolone sul Milan che vuole Beckenbauer. Era l’inizio degli anni settanta e l’operaio Lulù Massa sognava senza sapere che nella realtà nel giro di pochi anni il Milan avrebbe avuto il suo Franz. Che non avrebbe giocato con il braccio fasciato al busto dopo la lussazione della spalla, ma l’avrebbe fatto invece appena uscito da un intervento al menisco. E che sarebbe stato più epico nel suo essere libero sul campo e fuori (i ripetuti no alla Juve e non solo), andando a giocare nel purgatorio della serie B, senza mai abbassare la testa.
Guardando sempre all’orizzonte e capendo prima degli altri dove sarebbe finito il pallone. Per andarselo a prendere e ripartire. E vedere, da libero, cose che gli altri non erano in grado di vedere. Perché Baresi sapeva da dove veniva (Travagliato, Brescia: le campagne) ma non si è mai posto un limite. Libero di sognare: osare l’impossibile, senza gridare, osare perdere (anche). Come a Pasadena dove stremato non si tirò indietro nel calciare quel rigore: ma il pallone si alzò oltre la traversa.
Bandiera infine, da calciatore per più di vent’anni nel Milan. Mai abbandonato, mai lasciato, anche quando la disperazione poteva prendere il sopravvento. Ma proprio per questo ancora più avvincente diventava la sfida. Le chiamavano bandiere non banderuole perché quelle vanno dove tira il vento. E invece le bandiere sanno andare anche contro vento. E anche questa perdurante assenza in questo calcio così come l’abbiamo conosciuto da bambini, fa ancora più male. Oggi con la morte di Baresi più che mai.

