Napoli, il ritorno di Spalletti. La storia in azzurro e le ipotesi sull'accoglienza

Napoli, 6 dicembre 2025 – L’ultima volta che un grande ex era tornato a Fuorigrotta, davanti al bivio su come accoglierlo il pubblico del Maradona aveva scelto compatto una sola strada, quella dei fischi: nonostante 91 reti e 29 assist in 146 presenze al Napoli, a Gonzalo Higuain non fu mai perdonato il trasferimento alla s, dove avrebbe raccolto un bottino a livello personale di 66 gol e 23 assist in 149 gettoni. Sarà perché, in fondo, un allenatore il gol dell’ex non può metterlo a referto o sarà perché l’allenatore in questione è stato il condottiere di uno scudetto atteso per 33 anni, ma fatto sta che ora che a Fuorigrotta sta per tornare Luciano Spalletti da tecnico della Juventus la sua ex platea appare più divisa che ai sull’accoglienza da riservargli.

La storia di Spalletti al Napoli

Essere divisivo e non raccogliere mai l’unanimità è nell’indole dell’allenatore di Certaldo, che vide cominciare sotto i medesimi auspici non proprio ottimistici la sua avventura al Napoli in data 29 maggio 2021. Con il duro lavoro, qualche frase a effetto sempre presente nel bagaglio e soprattutto ottimi risultati (con 5 vittorie di fila nelle prime 5 giornate di campionato da nuovo allenatore, impresa mai riuscita al Napoli), Spalletti entra subito nel cuore degli azzurri, lasciando presagire la costruzione di qualcosa di importante. Le vittorie in sequenza al suo primo anno in azzurro diventano 8, per la miglior partenza di sempre in campionato del Napoli, come riuscito solo a Maurizio Sarri, un altro che ha fatto la stessa tratta dal capoluogo campano a quello piemontese.

Quel campionato gli azzurri lo chiusero al terzo posto, segnando così il ritorno in Champions League dopo due anni di assenza: praticamente, quello che in estate era stato annunciato come obiettivo stagionale da s. Negli altri tornei invece il bottino è ben più gramo: eliminazione agli ottavi di finale contro la Fiorentina in Coppa Italia a contro il e uscita dall’Europa League per mano del Barcellona nel primo turno dopo i gironi. Sarà la stagione seguente, la 2022-2023, a issare Spalletti nel gotha del calcio partenopeo. La roboante vittoria all’esordio di Verona nel segno di un semisconosciuto Khvicha Kvaratskhelia, arrivato in estate tra lo scetticismo generale per raccogliere l’eredità di un certo Lorenzo Insigne, diventa un po’ il simbolo di quel Napoli capace di macinare record, come le 11 vittorie consecutive in tutte le competizioni come non accadeva dalla stagione 1986-1987, quella del tricolore a firma di Ottavio Bianchi.

La striscia di risultati utili arriva a 17 prima dello scoglio Liverpool in Champions League, invece a settembre brillantemente superato al Maradona, mentre a novembre il Napoli ritocca il primato delle vittorie di fila in Serie A, che arriva a 11. Dopo la pausa per far spazio al Mondiale in Qatar, un unicum nel calcio, gli azzurri ripartono a gennaio perdendo per la prima volta in campionato con l’Inter: per molti è il sintomo di un imminente crollo, subito spazzato via dal 5-1 rifilato proprio alla Juventus. La Coppa Italia, con un’altra eliminazione agli ottavi stavolta addirittura per mano della Cremonese (che sarebbe retrocessa in Serie B a fine anno), resta un tabù, mentre in Champions League gli azzurri, liquidando l’Eintracht Francoforte, accedono per la prima volta ai quarti, dove avranno la peggio nel derby con il Milan.

Una delusione smaltita rapidamente, perché l’1-1 del 4 maggio in casa dell’Udinese vale a certificare la matematica vittoria di uno scudetto di fatto mai in bilico, arrivato con ben 5 giornate di anticipo: un dominio fotografato anche dai ben 16 punti di vantaggio sulla Lazio seconda. Una favola, finita però così, perché a fine anno le strade di Spalletti e del Napoli si separano: per qualcuno sul più bello, mentre per altri è stato giusto e fisiologico salutarsi in quello che sembrava l’apice per tutti. In particolare per il club partenopeo.

L’avvento di Conte e le prospettive per Spalletti

Invece, dopo una tribolata annata post scudetto, con il deludente decimo posto finale in classifica figlio di ben tre ribaltoni in panchina (da Rudi Garcia a Walter Mazzarri, fino a Francesco Calzona), il Napoli torna campione d’Italia grazie ad e Uno scudetto, il quarto totale, molto diverso dal precedente. Parla il solo punto di distanza a fine stagione tra gli azzurri e l’Inter (82 a 81), parla la qualità della proposta di gioco di Conte, sicuramente meno spettacolare e più speculativa rispetto a quella di Spalletti, ma parla soprattutto la campagna acquisti faraonica da 150 milioni effettuata in estate da De Laurentiis per risollevare la sua creatura da un anno no e accontentare il nuovo allenatore che, al contrario del predecessore, a inizio giugno stupisce tutti. Nonostante la vittoria del campionato, con allegata paura di non potersi ripetere in una piazza così esigente, i tentennamenti e l’aria di addio che si respirava nella festa scudetto tra le parti, Conte e De Laurentiis si giurano ancora fedeltà e proseguono insieme nel medesimo solco.

Il presidente mette a referto un’altra campagna acquisti deluxe da 115 milioni netti spesi e l’allenatore, rendimento finora alla mano, risponde presente, seppur senza guidare un Napoli nettamente dominante sulle altre come ipotizzato in estate. E come aveva fatto Spalletti, pur gestendo una squadra dai nomi molto meno blasonati di quelli attuali. Quello scudetto lì, ottenuto con un calcio spettacolare forse mai più rivisto da allora a Fuorigrotta, così come le scommesse vinte sul mercato come Kvara, è rimasto nel cuore della piazza che, complice il tempo trascorso tra l’addio e il passaggio alla Juventus, con la sfortunata avventura nella Nazionale nel mezzo, sembra orientata a ‘perdonare’ Spalletti, che a sua volta quel tricolore lo ha inciso sulla pelle con un tatuaggio a sua volta al centro di molti dibattiti nelle scorse settimane.