Roma, 15 novembre 2025 – Tra i prodotto più preziosi del fecondo vivaio dell’Atalanta figura Mattia Caldara, difensore solido, completo e con il vizio del gol penalizzato ‘solo’ da un dettaglio che poi nel calcio tanto dettaglio non è: gli infortuni, una tassa che l’ha condotto, ad appena 31 anni, ad annunciare il ritiro anticipato tramite una commovente lettera.
La lettera di Caldara, gli inizi
“Caro calcio, io ti saluto. Ho deciso di smettere. No, non è stato facile deciderlo. Non lo è neanche scrivere queste parole. Ora ho trovato un po’ di tranquillità. Tutto è nato a luglio dopo una visita da uno specialista. Il mio corpo mi aveva tradito. Questa volta, forse, in modo definitivo”. È con queste parole che si apre la lettera che l’ormai ex difensore ha affidato al sito di Gianluca Di Marzio per congedarsi dal mondo del calcio ma, al contempo, anche da una parentesi di vita, ricca di gioie e dolori: il racconto di Caldara parte dalle prime, sempre permeate dai ricorrenti problemi fisici. “Sono grato al calcio. È stato il mio compagno di viaggio per 25 anni. Ricordo il mio primo allenamento. Non sapevo, forse, che sarebbe diventato la mia casa. Anche se ho rischiato di non diventare un calciatore. Avevo 17 anni, il tendine rotuleo si era lesionato. Non avevo ancora un contratto, temevo di veder svanire il mio sogno. È andata diversamente. Il 2 ottobre 2016 ho capito di poter diventare Mattia Caldara. La mia prima da titolare contro il Napoli. Ho iniziato a giocare, non sono più uscito. Da non essere conosciuto da nessuno, mi sono ritrovato a fare interviste tutti i giorni. Non ero pronto, non è stato semplice abituarmi a quel cambiamento”. L’excursus di Caldara nella sua accorata lettera prosegue toccando il tasto mercato, quello che dall’Atalanta lo avrebbe spostato in club in teoria ancora più blasonati, con la speranza di far progredire ulteriormente la propria carriera. “Tante squadre si erano interessate a me in quei mesi. A dicembre sono stato preso dalla Juventus, che in quel periodo era una realtà a parte, inavvicinabile. In bianconero, però, non ci ho mai giocato. Sono rimasto in prestito a Bergamo ed è stato giusto così. Non ero ancora pronto per un salto di quel tipo. A Torino poi ci sono arrivato nel 2018, senza però fermarmi. Venivo da stagioni in cui ero abituato a giocare e lì avevo davanti Chiellini, Bonucci, Barzagli. ‘Abbi pazienza Mattia. Resta qui’, mi ripeteva Giorgio. Ma io sapevo che non avrei trovato spazio. Sono rimasto poche settimane. Quando ho saputo dell’interesse del Milan ho accettato. Guardando indietro sarebbe stato meglio rimanere lì. Sono stato debole di testa. Mi avrebbe fatto bene rimanere in un mondo come quello della Juve, imparare da quei campioni. È il più grande rimpianto che ho”.
La lettera di Caldara, l’inizio della fine
In effetti, Caldara nel 2018 passava al Milan per ben 35 milioni, nell’ambito dell’affare con la Juventus che fece fare la tratta opposta a Bonucci: nessuno dei due difensori, per motivi diversi, avrebbe tratto beneficio da quel trasferimento, come ricorda proprio il classe ’94, subito flagellato dall’ennesimo guaio fisico. “Sono arrivato al Milan. Era la mia grande possibilità. Ottobre, un allenamento come tanti altri. Stavo correndo, all’improvviso una sensazione mai provata pima, come se qualcuno mi avesse sparato sul tendine. Pensavo che qualcuno mi avesse calpestato la caviglia. Mi ero voltato a guardare: non c’era nessuno. Ricordo la faccia di Maldini mentre ero sul lettino. Leggevo il dispiacere sul suo volto: avevo capito tutto. Mesi per recuperare, a marzo ero pronto per scendere in campo. Sono rientrato in Coppa Italia contro la Lazio. Ero pronto per il mio debutto in campionato. Mi sentivo bene anche in quell’allenamento del giovedì. Avevo aspettato quel momento per un anno. Tutto finito in pochi secondi. Borini mi cade sul ginocchio. Mi sono rialzato in piedi per tornare a correre, non potevo essermi rotto ancora. Appena ho appoggiato il piede, sono crollato a terra. La gamba non mi reggeva. Un suono, un secondo, un istante. La mia anima era devastata. Qualcosa era cambiato in me. Dal tendine mi ero ripreso, il ginocchio era diverso. Lo sentivo”. Purtroppo, sarebbe stato proprio così: per Caldara, da quel momento in poi, comincia un’altra vita, sportiva e non. “Una pagina buia che sarebbe finita solo anni dopo. In quell’allenamento una parte di me è morta per sempre. Passi una vita intera dietro a un pallone. Poi basta un infortunio per cancellare tutto. Ogni giorno diventa uguale, fatto di dolore, dubbi, incertezza. Il malessere mentale non è semplice da spiegare a parole. È simile a un velo. Invisibile, ma capace di opprimerti. Ti offusca i pensieri, ti fa perdere lucidità, ti crea una bolla in cui sei rinchiuso e di cui diventi prigioniero. Cure, trattamenti e allenamenti continui. La testa che durante le partite è concentrata a non farsi male”. Il malessere di Caldara, dai campi da gioco, si era allargato al resto della sua esistenza: famiglia compresa. “Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Quando vivi situazioni simili, non fai del male solo a te, ma anche alle persone vicine a te. Smettono di stare bene. E la responsabilità è la tua. Mia moglie e i miei genitori avevano paura di chiedermi come stessi per timore della mia reazione. Mi ero dimenticato di chi era al mio fianco e mi voleva bene e non me ne rendevo conto. ‘Non ti riconosco più, non sei te stesso’. Risuonano ancora forti in me le parole di mia moglie. Ho rischiato di rovinare quella che in fondo è l’essenza della vita: l’amore e la famiglia”.
La lettera di Caldara, la rinascita
Infine, la scorsa estate (vissuta da svincolato dopo la fine del contratto con il Modena), cattive notizie da una visita che, al contempo, diventano una nuova prospettiva di vita, senza calcio ma, paradossalmente, con tante cose in più. “Luglio 2025. Nuova visita da uno specialista. ‘Mattia, non hai più la cartilagine della caviglia. Se continui tra qualche anno dovremo metterti una protesi’. Era davvero la fine? Dentro di me ancora non riuscivo ad accettarlo. Ho continuato ad allenarmi. Dentro di me speravo che potesse arrivare una chiamata. Io continuavo a correre con il dolore. A fine agosto ho fatto delle iniezioni di testosterone. ‘Mattia, l’ago non passa, non c’è spazio tra la tibia e il piede. Decidi tu, ma se continui così dovrò metterti la protesi’. In quel momento l’ho deciso. Era il momento di dire basta al calcio giocato e, soprattutto, alla sofferenza e al vuoto che da anni mi accompagnavano. Ho ripreso in mano la mia vita. Sto recuperando quello che ho perso. Anche se, a volte, perdersi serve. E al calcio non posso che dire grazie. Ciao calcio, sono pronto a salutarti. Si abbassa il sipario. In campo ora c’è Mattia“.
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